Opinioni

Migranti, le parole per difendersi

I "padroni della lingua" -politici e giornalisti- parlano e scrivono di invasione, clandestini e paura. Seguendo gli insegnamenti di Don Lorenzo Milani ("Ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani") v’invitiamo a non banalizzare, non urlare, non affrontare il tema dell’immigrazione per slogan. Chi arriva in Italia fugge da poverà e guerra, e non è la causa della nostra crisi (economica e sociale). Il commento di Pietro Raitano

Tratto da Altreconomia 173 — Luglio/Agosto 2015

Don Lorenzo Milani ha spesso sostenuto che solo il linguaggio rende davvero uguali, e che “ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani”. Esortava i suoi ragazzi a imparare a comprendere i testi e a esprimersi correttamente, per capire e difendersi. Difendersi da chi? Dal potere, che è tale proprio perché è padrone della lingua. I padroni della lingua sono padroni di tutto: ecco un insegnamento politico ed educativo da non dimenticare.
Ed ecco perché i padroni della lingua -politici di ogni schieramento, e ahìnoi molti giornalisti- sono stati così bravi, a giugno, nel sostenere quella grande mistificazione chiamata “emergenza immigrati” attraverso le tv, la carta stampata, internet, raccogliendo il plauso di una pericolosa maggioranza trasversale dell’opinione pubblica. A poco vale far notare come questi urlanti padroni delle parole siano incuranti -e ignoranti- di numeri, statistiche, normative e diritto nazionale e internazionale che ormai ha decenni, storia, dinamiche economiche. 
Le cause delle guerre, il traffico di armi, la globalizzazione economica, i trattati internazionali, la più grave crisi dei rifugiati dalla Seconda guerra mondiale,  il più semplice diritto alla mobilità, i numeri di un’invasione che non c’è, la direttiva Ue 51 del 2001 che condanna i profughi a salire su un barcone quando costerebbe meno prendere un aereo: tutti questi non sembrano essere argomenti utili a ragionare con i padroni della lingua e i loro seguaci.
Contano l’etnia, l’igiene, il decoro, la sicurezza, poco altro.
E anche solo il buon senso (non ci spingiamo a chiedere umanità) non è benvenuto. Quale persona di buon senso -e dati alla mano- potrebbe sostenere che crisi, disoccupazione, precarietà e incertezza che la maggior parte della famiglie italiane vive sulla propria pelle siano causati da poche migliaia di disperati, e non da un sistema globale economico che fa gli interessi di pochi a scapito di molti?
Eppure questo è il mantra che ci propinano quotidianamente i padroni della lingua. Hanno avuto gioco facile a convincerci di una così colossale bufala. Sono bastate poche espressioni per aprire le porte della nostra ansia -e chiudere quelle del cervello-.

La prima: clandestino. In un cortocircuito inaccettabile, si confonde la persona con la condizione burocratica -relativa, indipendente dalla volontà e modificabile in ogni istante- in cui versa. La seconda espressione: paura. La paura diventa alleato e non nemico, in una campagna elettorale perenne, e i problemi si creano, anziché risolverli.
Di che cosa dovremmo davvero aver paura? Della scabbia o delle banche? Dei disgraziati sugli scogli o della corruzione nella pubblica amministrazione? Di chi chiede l’elemosina o di chi evade le tasse?
La tentazione è di rispondere ai padroni della lingua scendendo sul loro stesso piano: quello della banalizzazione, degli slogan, delle urla. Questa gente va fermata ma non con le loro regole del gioco e i loro mezzi. Tantomeno, tuttavia, dobbiamo ridurci a un politicamente corretto -e sostanzialmente innocuo- “preferirei di no”, come fossimo tanti scrivani Bartleby (e destinati a farne la triste fine). Il lavoro è arduo e quotidiano e parte, come ci ha insegnato don Milani, nelle scuole (e così è chiaro perché la scuola pubblica è perennemente sotto attacco da parte dei padroni della lingua).

I migranti fuggono da povertà e guerre di cui tutti siamo in qualche modo responsabili. Fuggono da situazioni apocalittiche laddove la “bestia”, esattamente come nel linguaggio in codice del libro del Nuovo Testamento, altro non è che l’impero: quello romano allora, quello economico adesso, contro cui resistere e ribellarsi, perché non è un dio, ma dipende dagli uomini (“ha nome d’uomo”). Non li fermeranno timbri su un passaporto, deserti o traversate in barcone. Invece di pensare a rispedirli indietro -verrebbe da dire: “a calci in culo”- dovremmo pensare come andare a prenderli. Salvando loro e noi stessi. —

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