Opinioni

Un progetto per l’Italia

Andiamo verso una società ademocratica, in cui -cioè- non solo la democrazia è svuotata e surrogata da poteri oligarchici, ma di essa non resta neppure il ricordo e molti non ne sentono alcuna necessità. Contro questa tendenza, è necessario un forum nazionale che inizi da oggi -e non a tre mesi dalle prossime elezioni- a costruire un programma, su economia, sistema dei diritti e dei servizi, ecologia, cura del territorio e delle città, politica estera e cooperazione, cultura, educazione e ricerca, protezione civile

Tratto da Altreconomia 176 — Novembre 2015

Un progetto per l’Italia. È una prospettiva che ancora manca a tutti coloro che desiderano una società diversa, giusta e sostenibile. Un tempo esso veniva elaborato dai partiti, almeno da quelli orientati in questa direzione.
Nel vuoto di soggettività politico-istituzionali che si è aperto ormai da anni, oltre tutto in un Paese rimasto senza la sinistra, nessuno sembra farsi carico di questa esigenza. Per contro, le forze ostili alla democrazia non mancano mai di farsi un’idea complessiva di ciò a cui puntano. Quanti sono al servizio della mercatizzazione globale di ogni aspetto della vita hanno una prospettiva organica, sistematica, e la fanno valere. Basta considerare insieme, da un lato, le richieste della Ue ai singoli Paesi e, dall’altro, tutte le “riforme” del governo Renzi e si ottiene il disegno non solo del tipo di azione governativa, ma anche del tipo di società che vogliono.

Le oligarchie puntano a una società ademocratica, dove le persone e i loro diritti, il lavoro e la partecipazione, la tutela della natura e la cooperazione internazionale per la pace siano semplicemente superati a favore degli interessi del potere economico. Mentre la postdemocrazia, così definita dallo studioso inglese Colin Crouch, è la società nella quale prevalgono forme di governance che superano le idee e la partecipazione dei cittadini, l’ademocrazia è qualcosa di ancora più radicale. È la società in cui non solo la democrazia è svuotata e surrogata da poteri oligarchici, ma di essa non resta neppure il ricordo e molti non ne sentono alcuna necessità.

Contro questa tendenza generale bisogna battersi nel modo più determinato e corale. Non solo attraverso l’azione già in atto grazie a chi vuole un’altra politica, un’altra economia, un’altra scuola e così via. Ma anche assumendosi la responsabilità di collaborare per disegnare un progetto che indichi le grandi scelte di governo e la forma di società più adeguate per uscire dalla trappola in cui siamo e per restituire futuro a tutti. Raramente la funzione indispensabile di un progetto simile è percepita e sentita. Eppure non si può non vedere che una visione progettuale non generica, ma ben focalizzata su obiettivi essenziali e interconnessi, ha almeno tre funzioni decisive: una funzione critica, perché consente di giudicare ed eventualmente di respingere tutte le “riforme” o le scelte governative che sono sbagliate; una funzione euristica, in quanto consente di chiarire verso dove andare e per quali mete lavorare e battersi; una funzione motivazionale, giacché se quanti desiderano una vera trasformazione della nostra situazione vedono davanti a loro obiettivi adeguati hanno motivo di attivarsi e di sperare. Inoltre, un progetto comune toglie le forze sociali e civili migliori dalla palude della frammentazione e dei narcisismi.

Le esperienze e i percorsi di conoscenza più avanzati devono nutrire un progetto di società riconosciuta come comunità indissolubile e ospite responsabile della terra.
Si tratta dunque di riattivare l’azione collettiva di trasformazione sociale e politica conferendo a essa il respiro di una visione progettuale che promuova la transizione dall’ademocrazia a una democrazia molto più vicina al disegno della Costituzione. Un’azione del genere non può partire dalle identità e dalle appartenenze, tutte tendenzialmente autoreferenziali, né da un singolo problema e neppure dai soli territori o dalle pratiche alternative esistenti. È necessario invece incontrarsi in un forum nazionale, trovarsi attorno alla costruzione dialogica, partecipata e creativa di un progetto per l’Italia che correli le scelte e le opere della democratizzazione lungo i diversi versanti della vita collettiva: economia; sistema dei diritti e dei servizi; ecologia, cura del territorio e delle città; politica estera e cooperazione internazionale; cultura, educazione e ricerca; protezione civile. Un progetto simile non si inventa tre mesi prima delle prossime elezioni, ma richiede una grande opera di tessitura che faccia incontrare le soggettività sociali più avanzate e lucide operanti oggi nel nostro Paese: cittadini organizzati, movimenti, associazioni, sindacati, scienziati, artisti, educatori. Perciò occorre dare vita a una équipe di persone credibili e rappresentative -con una pura funzione di coordinamento- in ciascuno degli ambiti prima ricordati per dare un riferimento evidente e operativo alla convergenza delle conoscenze e delle esperienze educative. Che cosa aspettiamo a muoverci? —
 
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