Ambiente / Varie

Se la finanza si beve l’acqua

Da CAP Holding ad Acea: il "problema" della privatizzazione del servizio idrico è stato soppiantato da quello della finanziarizzazione. Anche in presenza di una partecipazione interamente pubblica, infatti, le finalità del servizio e il modello di gestione cambiano natura. Ecco perché le imposte locali lasceranno il passo a tariffe remunerative e utili distribuiti come dividendi

“Chi parla oggi di rischio privatizzazione del servizio idrico è fuori strada. Il vero problema è un altro, sono le holding partecipate dagli enti locali, che non svolgono attività operative ma solo finanziarie”. Con queste parole Remo Valsecchi, commercialista lecchese membro del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, ha aperto la sua relazione al convegno “Diritto all’acqua. Diritto al futuro”, organizzato a Roma il 7 e 8 novembre.
Lo sguardo di Valsecchi -che è stato nominato consulente tecnico di parte dal Forum nell’ambito dell’appello al Consiglio di Stato in materia di remunerazione del capitale investito- si spinge oltre la mera “partecipazione” (pubblica) e si concentra sul “modello di gestione”: “Se questo non cambia -spiega-, anche una partecipazione interamente pubblica finirà per consegnare la proprietà, reale e non formale, alla finanza, alle banche e ai centri di potere mondiale nelle mani di pochi soggetti”.

Come questo accada è illustrato da due casi che il membro del Forum ha approfondito. Il primo è quello di CAP Holding, società lombarda tra le più importanti d’Italia che gestisce, attraverso una controllata di secondo livello, il servizio idrico integrato di un vasto bacino: le province di Monza e Brianza, la provincia di Milano (non il capoluogo), Bergamo, Como, Varese, Pavia. È partecipata dai Comuni beneficiari del servizio ma -secondo Valsecchi- "non è una società pubblica". L’affidamento del servizio “in house providing” -alternativo al mercato a patto di severe condizioni- non sarebbe infatti legittimo. “La società produce utili superiori alla copertura dei costi del servizio e degli investimenti -spiega-, e questa remunerazione del capitale investito dagli azionisti -gli enti locali- è profitto, e il frutto di quegli utili non reinvestiti sono consistenti risorse finanziarie inutilizzate”.
È un dividendo che incrementa il patrimonio e aumenta il valore di partecipazione dell’ente -è la sintesi che fa Valsecchi-, che apre a quella che definisce “la nuova frontiera della fiscalità, sostituiva di quelle imposte locali in via di eliminazione”. Come se la tariffa dei servizi pubblici andasse a sostituire le imposte, cancellate solo sulla carta.

 
La gestione “formalmente pubblica” diviene così “sostanzialmente privata”. “Il controllo analogo -che dovrebbe essere esercitato dai Comuni secondo la disciplina europea in materia di in house providing, ndr- non è garantito, dato che il servizio è gestito da una società di secondo livello. La società madre, peraltro, redige il bilancio consolidato per il quale non esiste l’obbligo di approvazione da parte dell’assemblea e quasi tutti gli utili sono prodotti dalla società controllata e non dalla società direttamente partecipata dagli enti locali”. 
 
Il secondo caso analizzato da Valsecchi è quello della holding Acea, la cui struttura azionaria vede Roma Capitale al 51%, Francesco Gaetano Caltagirone al 15,856%, la multinazionale Suez environment company SA al 12,483%, il mercato al 18,641% e Norges Bank al 2,020%. Tra le partecipazioni della holding -che si occupa di idrico, energia, ambiente, reti, altri servizi- c’è il 96% di Acea Ato2, che opera nell’ambito territoriale ottimale (ATO) "Lazio centrale – Roma" e serve 3,5 milioni di abitanti. Valsecchi guarda ai bilanci: “nel 2014, Acea Ato2, il servizio idrico di Acea, ha registrato un margine operativo lordo, prima degli ammortamenti, di 241 milioni di euro, pari al 43% dei ricavi, un risultato ante imposte di 122,4 milioni e dividendi pari a oltre 73 milioni di euro”. E a riprova del fatto che gli utili non si traducono automaticamente in investimenti c’è una tabella che mostra Valsecchi e che riassume i dati del periodo 2010-2014. Su 531 milioni di euro di utili realizzati da Acea Ato2 in quegli anni, 195 milioni di euro sono state le imposte (“Che i cittadini hanno pagato sugli utili realizzati, in assenza dei quali ovviamente non vi sarebbero state”, ragiona Valsecchi), e ben 293 milioni è stata l’entità degli utili distribuiti come dividendi. Soltanto l’8% di quegli utili sarebbe stato destinato agli investimenti.
 
Non è tutto. L’analisi finisce su quelli che Valsecchi chiama “gli effetti della holding. Uno su tutti, il cosiddetto fenomeno di cash pooling: la capogruppo si comporta da banca nei confronti delle controllate. Il caso è ancora quello di Acea Holding. “Acea Ato2 -spiega Valsecchi-, cioè il vettore che si occupa del servizio idrico, ha maturato 769 milioni di euro di debiti e 383 milioni di euro di crediti nei confronti della holding. Il rapporto tra le due è regolato da un contratto, che prevede tra le altre cose un ammontare di interessi annui a carico di Acea Ato2 pari a 30 milioni di euro. Se andassimo ad analizzare l’incremento del debito che Acea Ato2 ha maturato nei confronti di Acea dal 2010 ad oggi è pari ai dividendi che sono stati distribuiti”. Tanti numeri che si traducono in una sola riflessione: la remunerazione del capitale investito cancellata (in teoria) dal referendum del 2011 ha un fratello gemello, e cioè i dividendi e gli interessi passivi riconosciuti ogni anno dalla società che gestisce l’acqua alla holding-casa madre. 
 
Sul "metodo holding” si è espressa a fine ottobre anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. L’ha fatto (vedasi parere qui sotto), su segnalazione della sezione regionale lombarda di controllo della Corte dei Conti, a proposito del caso dell’ATO di Lecco, dove nell’estate del 2015 era stato deliberato un inusuale "affidamento condizionato" del servizio idrico a favore di una società –Lario Reti Holding– formalmente pubblica ma in realtà sprovvista degli strumenti capaci di garantire il controllo analogo sul servizio idrico da parte dei Comuni soci e prevalentemente attiva nella vendita del gas. Due elementi che sono come detto i presupposti dell’affidamento in house. Di fronte alla loro totale insussistenza, l’Antitrust ha bocciato nettamente la scelta della Provincia di Lecco -definita un "vulnus" alle regole di affidamento dei servizi pubblici locali e già contestata dal Comitato lecchese per l’acqua pubblica e i beni comuni, rimasto inascoltato- con il rischio che l’esito finale sia la gara ed il mercato. 
È il paradosso della dinamica degli utili e della finanziarizzazione del servizio, che a Lecco come a Roma impone un ripensamento, a favore di modelli di gestione compatibili con l’esito referendario del 2011, come è l’azienda speciale consortile.
 

© Riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia