Ambiente / Opinioni

Il petrolio ha i giorni contati: ecco sette perché (a partire da Parigi)

Il prezzo del greggio ai minimi storici. Colpa del fracking? No: picco di produzione, convenienza delle rinnovabili e lotta ai cambiamenti climatici hanno messo in guardia il cartello dei produttori.
Meglio liberarsene il prima possibile

Il prezzo del petrolio, dopo aver perso il 60% in un anno, tocca oggi quota 40 dollari al barile, poco sopra il minimo storico. Come ha notato il professor Alessandro Penati su la Repubblica, il 6 dicembre scorso, “sorprende l’incapacità di prevedere l’andamento del prezzo da parte di esperti, petrolieri e governi”. 
E ancora: “Si ha l’impressione che industria e produttori utilizzino schemi e analisi non più validi”. 
Non possiamo che essere d’accordo con la riflessione, ma ci vogliamo aggiungere un pezzo: è proprio chi crede ancora che lo “sviluppo” e il benessere vadano di pari passo con i consumi energetici, in particolare di fonti fossili, che utilizza schemi obsoleti e inadeguati a comprendere la realtà odierna. Alcuni spunti:
 
1. I consumi energetici non seguono la crescita del PIL. Se aumenta il secondo -pur con tutti i limiti che l’indicatore porta con sé- non è detto che siano aumentati i primi, anzi. E questo vale in tutto il mondo, compresa l’Italia, dove negli ultimi 13 anni, con un prodotto interno lordo sostanzialmente costante, i consumi energetici sono diminuiti, e in particolare quelli di petrolio (crollati del 37% -dati di Unione Petrolifera-). Nello stesso periodo, le rinnovabili sono cresciute del 162%.
 
2. La tecnologia di estrazione di gas e petrolio nota come fracking -al di là dei devastanti impatti ambientali- ha sì fatto balzare in avanti la produzione statunitense, ma è una "bolla" destinata a rimanere ben presto un ricordo. Lo dimostra il fatto che i nuovi investimenti energetici negli USA sono rivolti soprattutto alle rinnovabili. Il fracking -come ha ben spiegato il professor Gianluca Ruggieri, dell’Università dell’Insubria- sta dando solo un “vantaggio competitivo” agli Stati Uniti, ma non per investire in petrolio: semmai per puntare su eolico e solare.

3.
Il fracking non sta dunque rispetto al pozzo petrolifero “come internet sta alla carta stampata” -come scrive il professor Penati-. Internet sono invece le rinnovabili.

4.
Il picco di produzione del petrolio si avvicina inesorabilmente

5.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2015 dimostra che per contenere il riscaldamento globale devono rimanere sottoterra l’80% delle riserve di carbone conosciute ed estraibili, metà del gas e un terzo del petrolio che saremmo in grado di estrarre. È di questo che si sta discutendo a Parigi, e dalle decisioni prese a Parigi verranno determinati gli scenari energetici dei prossimi decenni.

6.
Anche per questo motivo, chi investe ancora sui combustibili fossili nonostante il cambiamento climatico -e le misure per contrastarlo- sta rischiando somme più che ingenti. Si tratta di circa 2mila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni, secondo quanto stimato da un rapporto del think tank "Carbon Tracker". Continuare a insistere in progetti o investimenti a “base fossile” non potrà che rivelarsi una scelta “antieconomica”. Una vera e propria “bolla” e l’Italia -con la multinazionale Eni, che rischia 37,4 miliardi- è tra i primi 15 Paesi al mondo più esposti.

7.
Il “cartello” dei produttori di petrolio, Opec in testa, non tiene i prezzi bassi per ostacolare lo sviluppo del fracking o aumentare la domanda. I produttori di petrolio sanno -da tempo- che per il petrolio non c’è più futuro, e se ne vogliono liberare il prima possibile. L’hanno ben descritto due analisti (Bansal e Kirk) sulla rivista di Deutsche Bank lo scorso febbraio: "Vi è ora molto più ottimismo per un accordo globale alla conferenza ONU sul clima di Parigi alla fine di quest’anno. […] In questo scenario (un accordo con severi limiti di emissioni di CO2, ndr) la natura del petrolio si modifica, passa da essere una merce rara che aumenta di valore con il tempo, ad un bene deperibile governato da dinamiche ‘usalo o perdilo‘".
 
“Se fossi azionista di una società petrolifera, non sarei troppo tranquillo”, conclude il professore Penati. È senz’altro condivisibile, ma anche chi non è azionista non può dormire sonni tranquilli. Il governo Renzi –come ha dimostrato Legambiente– sta facendo di tutto per affossare le rinnovabili in Italia, dopo aver incentivato le trivellazioni (irridendo le opposizioni locali, definendole “comitatini”) e aver esultato per la scoperta da parte di Eni di un giacimento di gas sulle coste egiziane. Posizioni obsolete e inadeguate.
 
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