Approfondimento

Migranti e accoglienza, gli errori del Corriere della Sera

Martedì 26 aprile il quotidiano milanese ha pubblicato un reportage del vicedirettore Federico Fubini su un centro di richiedenti asilo di Vibo Valentia. “Quasi nessuno viene da guerre”, “non vogliono imparare l’italiano”, li attende un futuro da “accattoni” e non sanno distinguere “fra un farmaco e una caramella”. Secondo Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, si tratta di un collage di “manifesti ideologici non sostenuti da dati oggettivi”

Il Corriere della Sera è tornato ad occuparsi dell’accoglienza italiana dei migranti. L’ha fatto martedì 26 aprile attraverso un lungo articolo a pagina cinque richiamato addirittura dalla prima, poco sotto la vignetta di Giannelli. “Noi e i migranti”, dall’inviato a Briatico -Vibo Valentia- Federico Fubini. 
 
La prima frase del sommario dà l’idea del taglio complessivo: “Vitto e alloggio senza lavorare né studiare: è l’assistenzialismo dei centri di accoglienza”. In realtà, l’autore del reportage ne ha visto solo uno, gestito da un’associazione e definito “hotel sul mare”. Lì riferisce di aver incontrato un ragazzo (presentato come nullafacente) che “si dichiara cittadino del Mali” e “dice di avere diciannove anni”. “Porge una debole stretta di mano” con il “tablet sottobraccio”. Il presunto maliano “non ha mai fatto lo sforzo di imparare una parola d’italiano” e non vuole lavorare -su questo Fubini propone “lavoretti per la comunità locale” ad hoc, “magari un euro l’ora”-, a dimostrazione della tesi di fondo dell’articolo: “questo Paese sta riproducendo con i migranti le peggiori tare dell’assistenzialismo degli anni 70 e 80”.
 
Il pezzo contiene una lunga serie di errori che abbiamo rivisto insieme a Gianfranco Schiavone, vice presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati Onlus di Trieste.
 
“Evidenzio due punti -ragiona a voce alta Schiavone, che si dice ‘indignato’ dall’articolo-. Il primo è che questo signore sostanzialmente parla di assistenzialismo dei centri di accoglienza, di un modello fallito, dopo la visita di un solo centro. Dunque l’articolo presentato come inchiesta non ha nulla dell’inchiesta da un punto di vista giornalistico. Secondo, che all’interno di questa presunta inchiesta il giornalista si lascia andare a dichiarazioni che non sono altro che manifesti ideologici non sostenuti da dati oggettivi”.
 
Ad esempio? “Ad un certo punto scrive: ‘Quasi nessuno di loro (gli ospiti del centro accoglienza, ndr) viene da guerre o persecuzioni’. Come ha fatto ad accertarlo, stante il fatto che non sarebbe suo compito? Avrebbe dovuto dar conto al lettore delle presenze, delle domande presentate, dei ricorsi e degli accoglimenti. Invece non c’è nessun dato che riguarda la condizione degli ospiti che vivono nel centro”.
 
Peraltro il Paese del malcapitato appassionato di tablet è proprio il Mali, rispetto al quale il Tribunale di Milano nel dicembre 2015 ha riconosciuto “una situazione di pericolo grave per l’incolumità delle persone derivante da violenza indiscriminata ancora presente in loco” e quindi riconosciuto il diritto alla protezione sussidiaria proprio ad un cittadino maliano.
 
Secondo Fubini, però, i migranti presentano “ricorsi e controricorsi” attraverso “piccoli avvocati” per “guadagnare tempo e intanto restare qui”. “A parte che questo è l’iter previsto dalla legge -spiega Schiavone- ma forse il giornalista ignora che il ricorso in appello, prevedendo una valutazione da parte del giudice sulla cosiddetta "sospensiva", non garantisce automaticamente il perdurare delle misure di accoglienza”. Basterebbe rileggersi il decreto legislativo 142 dell’agosto 2015, mai citato nell’articolo.
 
“Va segnalato un altro aspetto molto grave -aggiunge Schiavone-, e cioè che gli ospiti di questa struttura vengono presentati non solo in una maniera negativa -sono pigri, svogliati, giocherellano con il tablet- ma anche sotto una luce che non esiterei a definire diffamatoria. Agli occhi dei lettori risultano perfetti imbecilli che scambiano, come si legge nel pezzo, delle caramelle alla menta per delle medicine”. Per Schiavone si tratta di “luoghi comuni esasperati”, interrotti solo da una parentesi divertente. “Il giornalista si lascia scappare a metà dello scritto l’unica vera patologia italica: e cioè che il sindaco del Comune interessato sarebbe accusato di concorso esterno in associazione mafiosa”.  
 
C’è spazio anche per il ritornello dei 35 euro al giorno per rifugiato. È sufficiente leggersi un capitolato prefettizio per sapere che soltanto una minima parte di quella cifra va in realtà al richiedente asilo, e che il resto è destinato all’erogazione dei servizi da parte del soggetto gestore dell’accoglienza (talvolta monitorati). Ma l’autore dell’articolo lo ritocca, consapevole (forse) della facile smentita: il gestore dell’hotel “deve impegnare un bilancio che vale oltre 1.100 euro al mese per ciascuno di essi”. 1.100 non è altro che il prodotto di 36 euro e poco più -che non vanno a “ciascuno di essi”- per i 30 giorni del mese. Tutto qui.
 
Stando alla pagina del Corriere, l’assistenzialismo “responsabile del debito pubblico” è dovuto agli 82mila ospiti dei centri di accoglienza straordinaria del Paese. Dati ministero dell’Interno alla mano, nel 2015 l’Italia ha “speso” 1.162 milioni di euro per il “sistema accoglienza”, lo 0,05% del debito pubblico fotografato da Banca d’Italia. Fubini però non descrive al lettore lo scandalo della disorganizzazione italiana, che concentra 219 richiedenti asilo in un hotel calabrese in via "straordinaria" -come del resto accade nel 70% almeno dei casi di accoglienza a livello nazionale- perché incapace, e non interessato, a sviluppare un’accoglienza diffusa, partecipata e positiva, come ad esempio ha dimostrato la bella esperienza della cooperativa K-Pax di Breno, in provincia di Brescia.
 
“Se il giornalista voleva evidenziare il fatto che esistono modelli di accoglienza che assomigliano al parcheggio -riflette Schiavone- avrebbe dovuto svilupparlo con professionalità, riconoscendo che è il modello sbagliato a rendere eventualmente le persone passive. Ma tutto questo riguarda come l’Italia vuole organizzare questi centri o superare l’eterna logica dell’emergenza. Esistono certamente modelli organizzativi che inducono all’inerzia e alla passività, ma nell’articolo le posizioni ideologiche travestite da inchiesta sovrastano ogni ragionamento”.
 
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