Economia / Opinioni

Il territorio insicuro e i vincoli europei

“Per l’Europa, impiegare risorse pubbliche per mettere in sicurezza una scuola costituisce un atto ‘sospetto’ e il motivo discende dal fatto che, a differenza della spesa corrente, la spesa per investimenti può essere finanziata aumentando il debito pubblico, ritenuto il peggiore dei mali”. Il commento del professor Alessandro Volpi

Amatrice - AP Photo/Alessandra Tarantino
Il drammatico terremoto che ha sconvolto l’Italia centrale costituisce l’ennesima conferma che il Paese ha bisogno di imponenti piani di prevenzione e di interventi strutturali in grado di ridurre i grandi rischi ambientali da cui è afflitta la nostra fragile penisola.
In quest’ottica sono fondamentali regole e norme che non solo impediscano un ulteriore deperimento del territorio ma che siano orientate in maniera chiara anche a migliorare la qualità dell’esistente, a cominciare dagli edifici spesso costruiti senza alcuna attenzione ai pericoli naturali e concepiti secondo una pianificazione guidata solo dalla confusa volontà di occupare suolo; norme urbanistiche, regole fiscali, bonus ed altri strumenti che trasformino un patrimonio abitativo di scarsa qualità e infrastrutture non di rado fatiscenti in realtà finalmente “rigenerate”.
Servono però soprattutto gigantesche risorse che nessun bilancio ordinario sarà mai capace di reperire e, d’altra parte, l’assenza di opere preventive impone, subito dopo i disastri, spese colossali per affrontare le emergenze da rintracciare necessariamente, e in breve tempo, proprio in quei medesimi, incerti bilanci ordinari. Secondo stime recenti occorrerebbe un piano straordinario che dovrebbe destinare 4 miliardi di euro l’anno per i prossimi vent’anni per dare corpo alle opere antisismiche e idrogeologiche indispensabili al fine di sanare i mali dei territori. Se poi sono vere le valutazioni secondo cui oltre la metà degli edifici pubblici ha bisogno di interventi strutturali, il conto complessivo potrebbe salire a 100 miliardi di euro necessari nello stesso periodo. A tali cifre andrebbero aggiunti, sempre in termini di recupero ambientale, i costi delle bonifiche dei siti inquinati che occupano in Italia significative porzioni di territorio; prendendo in esame solo i cosiddetti siti di interesse nazionale (SIN), sono stati ritenuti necessari circa 3 miliardi di euro per restituire simili aree agli usi legittimi.
Si tratta, nell’insieme, di risorse in buona misura pubbliche –sia sotto forma di finanziamenti che di sgravi fiscali– non rintracciate e, per molti versi, non rintracciabili neppure modificando radicalmente l’ordine di priorità di spesa pubblica senza un drastico cambiamento di impostazione della contabilità pubblica, a partire ancora una volta dalle regole europee. Solo per rendere più chiara questa sostanziale e contraddittoria “impotenza” può essere utile citare qualche numero ulteriore. Nell’arco di tempo compreso fra il 1991 e il 2008 il totale degli investimenti pubblici destinati alla mitigazione del rischio idrogeologico è stato pari a 7,3 miliardi di euro, una cifra, come è evidente, del tutto insufficiente per conseguire risultati decorosi. Nel periodo 1994-2005 solo per le emergenze e gli indennizzi a seguito di eventi critici nel bacino del Po sono stati spesi invece 12,5 miliardi di euro con l’obiettivo di lenire le ferite che non erano state prevenute.
I dati non sono certo migliori nell’ambito dei finanziamenti destinati al rischio sismico. Il fondo per la prevenzione antisismica, approvato nel pieno della tragedia del terremoto che ha sconvolto l’Aquila è stato programmato su sette anni, dal 2010 al 2016, per un importo complessivo di 965 milioni di euro, subendo per di più ulteriori riduzioni fino ai 44 milioni proprio di quest’anno. Di nuovo, per fare un crudo raffronto è sufficiente citare la stima del costo dei danni del sisma emiliano del 2102 che superano i 13 miliardi. Il perché di questa discrasia fra le risorse destinate alla prevenzione e quelle riservate all’emergenza non è però riconducibile solo alla “disattenzione” della politica ma ha a che fare, appunto, anche, se non soprattutto, con le già citate regole di contabilità, figlie dei vincoli europei, secondo cui proprio gli investimenti, più ancora della spesa corrente, sottostanno alle censure dei parametri “inventati” a Maastricht. Per l’Europa, impiegare risorse pubbliche per mettere in sicurezza una scuola costituisce un atto “sospetto” e il motivo discende dal fatto che, a differenza della spesa corrente, la spesa per investimenti può essere finanziata aumentando il debito pubblico, ritenuto nella visione germanocentrica il peggiore dei mali. È sempre più evidente che una simile visione non è in grado di risolvere nessuno dei grandi problemi strutturali del Vecchio Continente, tra cui quello della sicurezza ambientale è certamente uno dei primi.
* Università di Pisa
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