Economia

Intrappolati da un microchip – Ae 50

Numero 50, maggio 2004170 milioni di computer nuovi ogni anno. Con il 70% dei componenti realizzato nel Sud del mondo. E dietro ai marchi noti -Dell, Ibm, Hp- un sottobosco sconosciuto, in subappalto, di multinazionali asiatiche con fatturati miliardari, stabilimenti…

Tratto da Altreconomia 50 — Maggio 2004

Numero 50, maggio 2004

170 milioni di computer nuovi ogni anno. Con il 70% dei componenti realizzato nel Sud del mondo. E dietro ai marchi noti -Dell, Ibm, Hp- un sottobosco sconosciuto, in subappalto, di multinazionali asiatiche con fatturati miliardari, stabilimenti in mezzo mondo e un unico obiettivo: produrre a costi sempre più bassi. Anche se a farne le spese sono i lavoratori. È tempo di guardare cosa c'è davvero dentro ai nostri Pc

Che lo amiate o lo odiate, il computer che avete sulla scrivania è strumento essenziale nella vostra vita e nel vostro lavoro. Così come lo è per milioni di persone in tutto il mondo. Ma chi c'è dietro i 170 milioni di nuovi pc che ogni anno vengono prodotti? La Silicon Valley è passata alla storia come la regione statunitense in cui è nata l'industria informatica, ma in realtà oggi il 70% dei componenti si realizza nei Paesi del Sud del mondo, con conseguenze tutt'altro che positive.

La filiera produttiva è quella classica dell'appalto. Dell, Ibm, Hewlett-Packard e le altre grandi imprese proprietarie di marchi, si dedicano alla progettazione e al marketing mentre la produzione è realizzata da multinazionali asiatiche come Solectron, Flextronic, Samina-Sci, Celestica. Nonostante i loro fatturati di tutto rispetto e l'impiego di migliaia di persone in stabilimenti sparsi in mezzo mondo, nessuno le conosce perché mantengono rapporti solo con le multinazionali committenti. Con un unico obiettivo: produrre a costi sempre più bassi in modo da fare scendere i prezzi di vendita.

Operazione riuscita perché negli ultimi vent'anni i prezzi dei pc sono calati di oltre un quarto all'anno. Ma a farne le spese sono stati i lavoratori della Cina, della Tailandia, delle Filippine, del Messico.

Un rapporto pubblicato nel febbraio 2004 dall'associazione inglese Cafod illustra le drammatiche condizioni di lavoro del settore. Si intitola Clean up your computer. Le condizioni di lavoro nel settore elettronico ed è reperibile sul sito www.cafod.org.uk.

In Cina gli stabilimenti si trovano prevalentemente nella regione denominata Pearl River Delta, una fascia di terra a ridosso di Hong Kong. Ma i lavoratori che li popolano provengono dai villaggi dell'entroterra rurale che si trovano anche a tremila chilometri di distanza. Di giorno lavorano e di notte alloggiano in dormitori costruiti all'ultimo piano degli stabilimenti stessi: i famosi “tre in uno” ad indicare che nello stesso edificio si trova il magazzino, il laboratorio e il dormitorio. Come gabbie a più piani, i dormitori consistono in stanzette di pochi metri quadrati in cui la gente è ammassata in letti a castello. I servizi igienici sono scarsi e rudimentali. A sera, dopo 11 ore di lavoro, bisogna fare altre ore di coda per potersi fare una doccia.

Durante i mesi di punta, lo straordinario è d'obbligo ed è normale lavorare quattro o cinque ore in più tutti i giorni. A volte bisogna stare al pezzo 24 ore di fila, con pochissime pause. Le linee di produzione non possono essere abbandonate per nessun motivo ed è proibito parlare o guardarsi attorno. Il tutto per paghe infami. In Cina il salario minimo è di 54 dollari al mese, ma nelle fabbriche di componenti informatici la media è di 37 dollari al mese.

Come se non bastasse, bisogna raggiungere le quote di produzione fissate dalla direzione. Ad esempio, chi è addetto alla verifica, deve testare 150 monitor all'ora. Chi non ce la fa deve prolungare l'orario di lavoro. E guai a sbagliare. In tal caso scattano le multe (e si è obbligati ad indossare una vestaglia rossa per essere additati alla vergogna pubblica).

La consolazione di molti consumatori è che almeno si tratta di fabbriche pulite, per non compromettere i delicatissimi circuiti integrati.!!pagebreak!!

Ma pulizia non sempre fa rima con salubrità. Nell'industria informatica si usano molte sostanze chimiche che irritano la pelle, gli occhi, i polmoni e provocano tumori. Uno studio condotto in Scozia nel 2003, ha messo in evidenza che fra i lavoratori di questo settore l'incidenza di tumori alla testa, allo stomaco, e ai polmoni è quattro volte più alto del resto della popolazione.

Nei tribunali statunitensi giacciono circa 200 ricorsi contro Ibm, avviati da dipendenti che rivendicano indennizzi per i danni provocati dalle esalazioni chimiche respirate nei posti di lavoro. Del resto, tre anni fa Ibm ha accettato di pagare 40 milioni di dollari a una coppia di dipendenti statunitensi il cui figlio era nato cieco e con altre deformità del viso.

Ma le multinazionali asiatiche non hanno niente da temere perché in Cina nessuno ha i soldi e l'ardire di presentarsi in tribunale. Lì ti ammali e muori in silenzio.

Oltre che in Asia, l'industria dell'elettronica si è insediata anche in Centro America ed in particolare in Messico, che a seguito dell'Accordo di libero scambio firmato con Stati Uniti e Canada è diventato un Paese conveniente. Il basso costo del lavoro e le leggi ambientali particolarmente permissive hanno indotto le multinazionali americane a trasferire la produzione al di là del confine, specie nella regione di Guadalajara che è diventato un vero e proprio polo industriale.

In Messico i salari medi ammontano a 75 dollari alla settimana, ma questa somma copre a malapena un quinto di ciò che servirebbe per garantire una vita dignitosa a una famiglia di 4 persone.

Il malcontento è grande, ma pochi reclamano perché le imprese minacciano di andarsene in Cina. Del resto le imprese stanno ben attente ad assumere persone facilmente ricattabili come le ragazze madri.

Silvia, una mamma single di 28 anni intervistata da Cafod, con due bimbi a carico, quando ha tentato di fare la voce grossa con Ibm è stata messa subito a tacere: “Pensa a come riusciresti a sfamare i tuoi figlioli se venissi licenziata”.

Ibm assume il suo personale tramite delle agenzie di impiego che utilizzano criteri di esclusione molto rigidi. Cafod, che ha esaminato la lista dei criteri, denuncia che sono esclusi dall'assunzione i gay, le lesbiche, le donne in gravidanza e chiunque mostri di voler organizzare i lavoratori.

Monica, una ragazza di 26 anni, assunta da Sci nel 1999, racconta: “Dopo il test psicoattitudinale sono stata sottoposta ad un esame medico. Venni introdotta in una stanza in cui c'erano due donne vestite da infermiere che cominciarono a girarmi attorno ordinandomi di fare questo e quello. Dopo avermi domandato se bevevo, se fumavo, su quali malattie avessi avuto, mi chiesero se ero incinta. Dissi di no, ma non fu sufficiente. Mi dettero una provetta con l'ordine di fare il test di gravidanza. Fu un'esperienza estremamente umiliante. La peggiore della mia vita”.

Di fronte a questi fatti, sia Dell, che Ibm, che Hewlett-Packard, hanno tirato fuori i loro codici di condotta quasi a voler dire che in fondo anche loro sono vittime del cattivo comportamento delle appaltate che non rispettano i patti. Ma questo non risolve niente. Ormai tutti sanno che i codici di condotta sono solo fumo negli occhi se non sono inseriti in un contesto di trasparenza e di controlli indipendenti. Ecco le due condizioni per trasformare la responsabilità sociale da operazione di immagine a seria politica d'impresa. !!pagebreak!!

Ripulite il vostro pc e spedite la cartolina

Date una pulita al vostro computer. Al rapporto sulle condizione di lavoro nell'industria elettronica nei Paesi in via di sviluppo, l'organizzazione Cafod ha affiancato una campagna omonima, “Clean up your computer!”. L'invito è duplice: guardate più da vicino il terminale che avete di fronte ogni giorno, e chiedetevi chi lo ha fatto, e in che condizioni.

Poi agite di conseguenza, e inviate una cartolina (elettronica, ovviamente) a Ibm e agli altri tra i maggiori produttori di pc affinché intervengano per cambiare le cose. Altre info (con la possibilità di mandare la cartolina) direttamente su www.cafod.org.uk/cleanup

Produttori a contratto: i protagonisti sconosciuti dell'era digitale
Alla fine si tratterà di metterci solo il marchio. Nel mercato del computer e dei prodotti elettronici, i nuovi protagonisti si chiamano contract manufacturer, ovvero produttori a contratto.

Si tratta di aziende che non sono più semplicemente fornitori delle grandi marche, o loro assemblatori, ma che ormai riescono a coprire gran parte della filiera produttiva che viene loro appaltata da società più famose, dall'approvvigionamento di componenti alla costruzione e alle spedizioni.

A loro Dell, Ibm, Hp e le altre si rivolgono per far costruire le proprie apparecchiature, di cui ormai curano soprattutto progettazione e marketing, e sempre meno produzione.

I nomi sono perlopiù sconosciuti: Solectron, Flextronics, Sanmina, Celestica, Jabil. Eppure solamente tra il 1998 e il 2002 il mercato globale dei contract manufacturer è cresciuto del 140%, passando da 58 miliardi a 139 miliardi di dollari. Ciascuna di queste aziende fattura ogni anno più di 10 miliardi di dollari. Secondo alcune stime, la porzione del mercato totale delle apparecchiature elettroniche controllata da questi soggetti passerà dall'8% del 1999 al 18% nel 2004. I contract manufacturer possono simultaneamente assemblare o costruire per diverse società, utilizzando gli stessi impianti e, in questo modo, riducendo i costi. E ovviamente, la maggior parte degli stabilimenti si trova nei Paesi del Sud del mondo. Il più grande contract manufacturer con una sede in Italia è Flextronics, società nata nella Silicon Valley il cui quartier generale oggi è a Singapore. Oltre che per le firme più famose dell'informatica, Flextronics costruisce anche telefonini e numerosi altri prodotti elettronici, tra i quali la consolle per video games Xbox lanciata da Microsoft e prodotta prima in Ungheria e ora in Cina. In Italia Flextronics ha tre stabilimenti: due che si occupano di progettazione e design (a Monza e Treviso) e uno di produzione, ad Avellino.

Nel 2003 Flextronics ha fatturato per 13 miliardi di dollari.!!pagebreak!!

La principale voce di export dei Paesi “in via di sviluppo”
Hi-tech, la lingua del Sud
La tecnologia parla lingue che non conosciamo. Il mercato di prodotti elettrici ed elettronici rappresenta ormai uno dei principali settori di scambio internazionale, con percentuali che si sono quadruplicate tra i primi anni '80 e il 2000.

Ma, contro la percezione comune, quello dei prodotti ad alta tecnologia è soprattutto il primo mercato dei Paesi in via di sviluppo, poiché ne rappresenta quasi un terzo del totale delle esportazioni: più dei prodotti alimentari, tre volte rispetto al tessile. In valore il giro di affari è di oltre 450 miliardi di dollari l'anno, la maggior fonte di guadagno per quello che molti chiamano ancora “Terzo mondo”.

I protagonisti sono soprattutto a Est: Taiwan, Cina, Malesia, Singapore, Indonesia, Tailandia e Filippine, ma le frontiere high-tech si spingono anche in Messico, Costa Rica, e ancora più vicino a noi, in Romania e Ungheria. Solo nella messicana Guadalajara l'export di prodotti elettronici (la maggior parte diretti negli Stati Uniti) è passato dai 18 milioni di dollari del 1980 ai 60 miliardi di dollari della fine degli anni '90. Il 53% delle esportazioni della Malaysia è fatto di prodotti di elettronica, mentre per le Filippine la percentuale sale addirittura al 63%. Per Singapore semiconduttori e parti di computer rappresentano l'esatta metà del totale delle esportazioni. E la Tailandia è il secondo produttore mondiale di hard disk.

Oggi tutte le aziende occidentali fanno produrre o assemblare -per poi importare e vendere sul mercato interno- gran parte dei propri prodotti elettronici in questi Paesi, dove il costo del lavoro è infinitamente minore, non c'è scarsità di manodopera e c'è maggiore flessibilità nel rispondere alle esigenze del mercato. Circuiti stampati, schermi, mouse, tastiere, o addirittura computer interi, pronti all'uso. Un processo di outsourcing cominciato all'inizio degli anni '90, ma che porta lontano: si calcola che entro il 2004 quasi il 73% della produzione di computer sarà appaltato all'estero. Ma se il business dei computer e dell'alta tecnologia continua a crescere (il numero di personal venduti aumenta ogni anno a ritmi del 10%) il volume in denaro varia molto meno. Il trucco sta nei prezzi: dal 1976 al 1999 il prezzo di un Pc è sceso mediamente del 27% l'anno, un risultato raggiunto grazie al progresso tecnologico ma anche al drastico taglio dei costi, ottenuto in gran parte pagando ai lavoratori del Sud del mondo salari improponibili altrove. Come si vede nella tabella a pagina 5, la paga di un operaio cinese è fino a 47 volte inferiore rispetto a quella di un cittadino statunitense, e la metà di quella di un operaio della più vicina Indonesia.

In Italia 12 mila tonnellate di computer inutilizzati
Ma il rifiuto non è virtuale
Sepolti da una montagna di chip. Da un lato ci sono gli altre due milioni e 600 mila computer nuovi di zecca che nel 2003 sono entrati nelle nostre case e nei nostri uffici. Dall'altro ci sono 12 mila tonnellate di computer inutilizzati (e altrettante di monitor) con cui l'Italia deve fare i conti ogni anno. Ma buttare via un computer o uno schermo non è facile come cestinare una lattina. Si tratta di apparecchiature che contengono numerose sostanze che se non trattate correttamente possono essere pericolose. Ad esempio lo sono i fosfori contenuti negli schermi, o il pvc che, se bruciato, emette diossine. Senza contare il mercurio, il piombo e altri metalli presenti nei circuiti stampati. A fronte di tutto questo, in Italia solo il 15% dei rifiuti elettronici viene trattato in maniera “eco compatibile”. Il resto finisce in discarica, o rimane abbandonato in cantine e magazzini. In tutto il mondo l'e-waste, la spazzatura elettronica, costituisce un'emergenza. Lo scorso anno sono stati prodotti 168 milioni di computer, ma il problema riguarda ogni tipo di apparecchiatura elettronica. Da questo punto di vista, il progresso non aiuta. La potenza dei processori raddoppia ogni 18/24 mesi e di conseguenza la vita media di un pc si accorcia. Oggi non arriva più ai tre anni. Questo vuol dire che il numero di computer, mouse, schermi di cui disfarsi perché ormai ritenuti obsoleti aumenta di anno in anno. In Italia, già il decreto Ronchi del 1997, all'articolo 44, prevedeva l'impegno, sulla base di accordi volontari, delle aziende produttrici e distributrici di apparecchiature elettriche ed elettroniche nel recuperare e smaltire rifiuti tecnologici. Ma il decreto sinora è stato praticamente inascoltato. Più recentemente, invece, l'Unione Europea ha emanato due direttive sui Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Entrambe sono entrate in vigore il 13 febbraio del 2004. Le direttive prevedono che i fabbricanti e distributori di apparecchiature elettroniche si facciano carico dell'impatto ambientale dei propri prodotti per l'intero ciclo di vita. Questo comprende quindi non solo lo smaltimento dei rifiuti, ma anche l'utilizzo di sostanze tossiche per la produzione. Non è ancora chiaro, però, se i costi di questi interventi ricadranno poi sul prezzo dei prodotti, e quindi sui consumatori. Il limite entro il quale gli Stati membri devono recepire le direttive è il 13 agosto. Entro quella data dovranno essere emanate le leggi nazionali, mentre per il 2005 è previsto che il sistema sia a regime.!!pagebreak!!

Pc sostenibili, primo: riutilizzo, contro sprechi e mode
Non solo smaltimento. L'emergenza ecologica legata ai computer e alle apparecchiature elettroniche non riguarda solo i rifiuti e la necessità del loro riciclo. Anche la produzione e il dispendio di risorse ed energia ad essa legata rappresentano una questione aperta. Secondo un recente studio dell'Università delle Nazioni Unite di Tokyo (www.it-environment.org) per produrre un normale personal con tanto di monitor sono necessarie materie prime equivalenti a 10 volte il suo peso: oltre 240 chili di combustibile e 22 di prodotti chimici. Senza contare i 1.500 litri d'acqua utilizzati nei processi. Ma anche solo per una memoria Ram da 32 Mb servono quasi due chili di carburante e 32 litri d'acqua. Il fatto è che, contrariamente a tutti gli altri apparecchi elettronici, i computer impiegano l'80% dell'energia spesa nel loro ciclo di vita per la produzione, e solo il 20% per funzionare.

La soluzione per rendere sostenibili i pc? Fare i conti con le proprie reali esigenze e non rincorrere gli ultimi modelli. Ovvero pensare al riutilizzo e all'upgrading (aggiornamento) del computer che si ha piuttosto che alla pattumiera o al riciclo, che in ogni caso permette un risparmio energetico fino a venti volte inferiore rispetto al riuso.

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